giovedì 21 luglio 2016

Il mio lieto fine sei tu: 2 capitolo

Per arrivare a casa dei miei ci volevano trenta minuti d’auto, due rotonde e un semaforo.
Alla prima rotatoria le mie mani avevano cominciato a sudare, il battito cardiaco era accelerato e il respiro era diventato affannato. Chiari sintomi di un attacco di panico.
Alla seconda, tra un colpo di clacson per una precedenza mancata e un’imprecazione a denti stretti, mi ero ripetuta mentalmente il discorso che mi ero preparata da propinare ai miei.
Ora, ferma al semaforo rosso davanti al Bar Sport del paese, chiusi gli occhi e appoggiai la fronte al volante. Potevo sempre rifiutare il lavoro, venire licenziata e fare la cameriera durante i turni di Champions League. La paga non sarebbe stata stellare, ma almeno potevo sperare in qualche mancia dagli amici di scala quaranta di papà e non correre il rischio di rivedere Kelly.
Dal semaforo al cortile di casa mia avevo già cambiato idea mille volte. Spensi il motore e feci un bel respiro. A ventisei anni temevo il giudizio dei miei genitori, come se stessi tornando a casa con un quattro in filosofia.
Afferrai la borsa e scesi dall’auto. Andrà tutto bene, Gioia, continuavo a ripetermi.


Arrivata davanti alla porta d’entrata, drizzai la schiena: la casa era completamente al buio. Nessuna luce accesa, e la macchina di papà non era parcheggiata in cortile.
Guardai l’ora sull’orologio e storsi il naso. Erano da poco passate le sette, e, spiando furtivamente tra le finestre, non notai nessun movimento sospetto. Tirai fuori le chiavi di casa ed entrai, i miei passi risuonavano nello strano silenzio in cui era avvolta la casa dei miei genitori.
Spalancai gli occhi davanti a quello che mi trovai di fronte. Dovevo fare assolutamente una foto col telefonino.
La casa era deserta, non c’era mia mamma che correva da una stanza all’altra come un’indemoniata con tutti i servizi di porcellana da pulire per il pranzo della domenica. I mobili erano tutti perfettamente al loro posto e non sentivo neppure la tv di papà accesa su Real Time.
Il miracolo.
«Ciao, sono a casa!» urlai.
Come risposta ottenni solo l’eco della mia voce.
«Mamma?» chiamai. Andai in cucina: sul gas non c’era nessuna pentola e la tavola era ancora da apparecchiare.
Porca di quella vacca! Avevano rapito i miei genitori!
Era giovedì, a quest’ora la casa avrebbe dovuto essere in piena rivoluzione per il pranzo domenicale con i parenti. Mia mamma avrebbe dovuto essere occupata a cambiare la disposizione dei mobili, lavando i servizi di Limoges, regalo di nozze, e preparando la lasagna per cena. Tutto senza togliersi mai i guanti da forno. Papà, per sovrastare tutto il baccano, avrebbe dovuto alzare i decibel della televisione, superando il livello consentito, solo per non perdersi una sillaba del suo programma preferito sulla tv via cavo. Salii i gradini per le camere al piano di sopra a due a due, temendo il peggio. C’erano un sacco di casi di femminicidio al telegiornale in questi giorni, ma non credevo che il re della grigliata sarebbe arrivato a tanto con il forchettone delle braciole. Va bene che mia mamma avrebbe esasperato pure un santo!
Con il fiatone aprii tutte le porte delle camere. Niente.
Pure in bagno non c’erano segni di colluttazione. Mi restava un’ultima stanza. La mia.
Aprii la porta e ancora una volta la mandibola toccò terra.
Mia mamma, conciata come Alex di Flashdance, stava pedalando su una cyclette. Indossava un costume sgambatissimo intero, fuseaux neri, calzettoni di spugna e fascetta in testa.
Questo fermo immagine avrei voluto postarlo su Facebook!
«Mamma?» chiesi incerta. Sì, non ero ancora convinta che fosse lei. Mi avvicinai da dietro e capii perché non mi rispondeva. Aveva le cuffiette nelle orecchie, l’iPod acceso su Rihanna.
Ero. Sconvolta.
Le toccai una spalla per richiamare la sua attenzione, e lei, dallo spavento, mollò un urlo. «Gioia, tesoro» ansimò. «Vuoi farmi morire?»
«Mamma, stai bene?» Le lanciai un’occhiata preoccupata.
«Tesoro, mi manca ancora un chilometro e non so quante calorie da perdere» mi rispose senza fiato. «Perché non vai giù intanto e vedi se c’è qualcosa in frigo da scaldarti nel microonde?»
Okay, qualcuno aveva rapito mia madre. Non poteva essere Adelina Caputi. Lei che mi preparava perfino i contenitori con il cibo appena cucinato per non farmi morire di fame con tanto di etichetta con data di cottura e data di scadenza.
Mi misi le mani sui fianchi. «Cosa succede qui? È dai tempi dell’università che non tocchi la mia camera e ora l’hai trasformata in una sala per gli attrezzi. Poi mi dici di scaldarmi qualcosa al microonde, tu che hai chiamato quel canale satellitare e li hai riempiti di insulti solo perché quel giorno vendevano cibo surgelato.» Presi fiato. «Cosa ne hai fatto di mia madre?» dissi puntandole l’indice contro.
«Tesoro» sbuffò, sempre senza smettere di pedalare. «Tua madre si è messa in sciopero. Da oggi siete tutti adulti e vaccinati e in grado di intendere e di volere, soprattutto quel cafone di tuo padre.»
Corrugai la fronte. «Dov’è papà? Che cosa ha combinato stavolta?»
«Niente» urlò. Il ritmo della cyclette aumentava. «È questo il punto! È risaputo che gli uomini hanno un neurone in meno, ma tuo padre non ne ha manco uno! Sono anni che gli faccio da serva. Lavo, cucino, stiro e pulisco. Sempre così, e lui come mi ricambia? Mi tradisce!»
Il letto. Dovevo raggiungere il letto. Mi sedetti e respirai profondamente. Inspira ed espira, Gioia.
«Papà? Cioè, sei sicura? Non lo farebbe mai!»
«Non ho le prove schiaccianti, tesoro. Ma qui a casa non si vede, è sempre al bar in piazza, si veste e si mette pure il profumo adesso. Tuo padre, hai capito?» Ora era scesa dalla cyclette, grondante di sudore, con il viso paonazzo dalla rabbia repressa di questi ultimi trent’anni. «Sono stufa di stare a casa a fargli da badante. Anzi, le badanti le pagano, almeno!» Non faceva una piega.
«Mamma...» Le feci posto vicino a me sul bordo del letto, invitandola a sedersi. «Magari non è come sembra.»
La stessa scena si era presentata otto mesi fa, quando mia mamma, in questa stessa stanza, mi aveva accarezzato i capelli mentre le lacrime mi rigavano il viso e io dicevo addio a Christian e ai miei Kelly junior.
«Non importa! Sono stufa di stare qui segregata in casa. È ora che pensi a me. Da oggi si cambia vita» borbottò ritornando sulla cyclette a pedalare. «Palestra, shopping, il caffè con le amiche. Ragazze mi dispiace, ma la pacchia è finita. La mamma se ne va in ferie e non sa quando tornerà.»
Mi battei una mano sul viso. Mia madre, e a quanto pare anche mio padre, stavano vivendo la crisi di mezza età. Forse andare a New York non era poi un’idea così cattiva.
Dovevo approfittare di questo momento, con Adelina tutta concentrata sulle calorie e un calo di zuccheri evidente per badare a me. «Mamma, domenica non posso venire a pranzo. Vado a New York per lavoro e starò via una settimana più qualche giorno di ferie. Ti lascio alla tua sessione di Jill Cooper e vado a scaldarmi qualcosa in cucina. Ciao!»
«New York? Domenica?» Cacchio, avevo quasi raggiunto la porta. «Gioia Alessia Caputi, torna qui immediatamente!»
Quando mi chiamava con tutti e due i nomi di battesimo non era un buon segno.
Mi girai e le rivolsi un sorriso innocente. «Vado per lavoro» rimarcai, agitando le mani. «Starò da Andrea Stefani, te la ricordi? La mia amica dell’università? Quella brava ragazza tutta trecce e colletti di pizzo?»
«New York? Tesoro, ma è distante! E se ti prendi l’ebola?» Ecco, mia mamma! Ecco, la drammaticità!
«Mamma, vado a New York, non in Africa in missione.» Oddio, se volevamo metterla su questo piano, anche la mia era una missione: sopravvivere una settimana con la coppia d’oro dell’anno.
«Non te ne andrai da quell’americano, vero?»
No, Signora in Giallo dei miei stivali, avrei voluto rispondere. «Mi hanno richiesto per una campagna pubblicitaria, ha deciso tutto Sabrina.»
«Quanto starai via, tesoro? Vuoi che ti prepari dei contenitori con del cibo da portarti in America?»
«Mamma» sospirai, esasperata. «Non morirò di fame!»
«Dio solo sa cosa mettono in quei panini, tesoro.»
Alzai gli occhi al cielo. Mamma Adelina Caterpillar Caputi era tornata in tutta la sua pesantezza.
«Starò via solo una decina di giorni.»
«Così tanto? Sono tanti giorni, tesoro.»
«Solo il volo dura un giorno, mamma! Poi il lavoro richiederà più o meno una settimana e ho deciso di rimanere qualche giorno lì in vacanza da Andrea.»
Sempre se ne uscivo viva dopo sette giorni con Christian.
«Se vedi quel tuo discografico, digli che non si ripresenti sulla soglia di questa casa. Almeno su questo io e tuo padre siamo ancora d’accordo!»
«Non è il mio discografico» precisai.
Avevo evitato accuratamente di dire ai miei dell’e-mail di Christian, raccontandogli che non eravamo riusciti a gestire la lontananza. Ora, a distanza di mesi, mi chiedevo perché lo avessi coperto.
«Perché non esci con Luca?»
Ecco, cupido! Erano giorni, se non settimane, che mamma cercava di convincermi a uscire con Luca, il figlio del lattoniere. Era il classico bravo ragazzo che piaceva alle mamme: dolce, con la testa sulle spalle, rassicurante, con una famiglia seria. Ma era risaputo che io, Gioia Caputi, avevo il radar per gli stronzi. Se non erano stronzi non li volevo.
Come diceva mio padre, me li trovavo con il lanternino.
E poi Luca non aveva quel sorriso illegale, quella faccia da sberle e da baci alla Christian Kelly. Per fortuna, perché Manhattan era un’arma di distruzione di massa.
«Mamma, non iniziare!»
«Non ti piace?»
«No.»
«Ma sarebbe un buon padre!»
«No.» Ancora con la storia di Mister donatore perfetto. «Di cosa ti preoccupi? Stai per diventare nonna con Melissa.»
Sì, stavo per diventare zia. Melissa e Alex avevano annunciato l’arrivo del tanto atteso nipotino il giorno di Natale, durante il pranzo con tutti i parenti. Ovviamente mia mamma era andata in iperventilazione, e per tutto il giorno aveva pronunciato nonna, nipotino, oh mio Dio, carozzina, lettino. Tutto in ordine sparso e senza senso. L’area per l’elaborazione del linguaggio del cervello ormai andata in tilt. Mio padre invece, orgoglioso del titolo di nonno, aveva aperto la bottiglia per le grandi occasioni che teneva in garage. Preso dall’euforia del momento, aveva puntato il nuovo lampadario del salotto, fortunatamente Ikea, che si era infranto in mille pezzi. Ovunque. Nei bicchieri, nei tortellini, sugli antipasti.
Alla fine fummo costretti a chiamare Rosario, la pizzeria d’asporto del nostro amico cinese Xiang Nacagawa.
Risultato finale? Alex e papà si erano ubriacati, mentre nonna aveva proibito al nonno di bere anche un solo bicchiere. Per il colesterolo, diceva. Io, zia Elvira e Melly non perdemmo di vista mia mamma invece, che già stava sognando la sua salita sul tetto di casa alla Armstrong per sostituire il pupazzo di Babbo Natale con la famosa cicogna.
Il suo sogno di diventare nonna stava diventando realtà. Nei giorni a seguire per noi, invece, lei era diventata un incubo. Come un architetto di Extreme Makeover: Home Edition, si era presentata a casa di Melissa e Alex il giorno di Santo Stefano a prendere le misure della cameretta. Ora, a cinque mesi dal parto, la camera di mio nipote sembrava un parco divertimenti con tanto di carillon e lucine.
Caputi Basso Wonderland.
«Mal che vada,» aggiunsi «mi farò congelare qualche ovulo e, se fra un po’ di anni sarò ancora zitella, adotterò una valanga di bimbi come Angelina Jolie.»
«Tesoro... non... scherzare» ansimò. Adelina non la smetteva di pedalare. Mia mamma era Bartali in gonnella e nessuno lo aveva mai sospettato.
Mi appoggiai allo stipite della porta, le braccia incrociate. «Non sto scherzando! Non è quello che hai sempre voluto? Una valanga di bambini per casa? Ora, visto che sei troppo occupata a bruciare calorie, vado giù a scaldarmi qualcosa. Nel microonde» sottolineai.
«No!» Smise di pedalare. «Vengo giù. Ci sono della lasagna in frigo e anche delle patate duchessa da scaldare in forno. Già ingurgiterai schifezze per i prossimi dieci giorni.» Era rinsavita.
Con un sorriso diabolico l’aspettai per scendere al pianoterra insieme.
«New York è una giungla, tesoro. Starai attenta?»
«Te lo prometto.»
«Starai da Andrea allora?»
«Sì.» Andrea era una mia carissima amica ai tempi dell’università, ora da quasi due anni lavorava a New York per la rivista di gossip «Stars News» come stagista.
«E quando torni» continuò asciugandosi il sudore con un fazzoletto di stoffa «uscirai con Luca?»
«No.»
«Gioia Alessia!»
«Mamma.»
«Trovati un uomo, tesoro.»
«Lo troverò, mamma» sbuffai. Avevo ventisei anni, non ero a un passo dalla cassa da morto.
Mia mamma faceva di no con la testa. «Fatti trovare, tesoro. Fatti trovare.»
Due ore dopo tornai a casa rotolando. Mio papà era rincasato e si era seduto a tavola come niente fosse, come se la vista di mia mamma in fuseaux e fascetta in testa fosse la cosa più naturale del mondo. Non si erano rivolti la parola, in compenso Adelina mi aveva riempito più volte il piatto, credendo che così avrei sofferto meno la fame a New York. La mecca degli hamburger e degli hot dog.

Quando rincasai, l’appartamento era stranamente silenzioso. Probabilmente Beatrice e Marco erano usciti per la loro serata single. Da quando Christian se n’era ritornato a New York, uscivo ancora qualche volta con Bea per la nostra seratona da zitelle, ma solo per divertirmi un po’ e non pensare troppo a quel metro e ottanta di muscoli scolpiti. Infatti, appena qualche bellimbusto cercava di avvicinarsi, sopra la mia testa lampeggiava come le insegne dei casinò di Las Vegas la scritta vade retro.
Appoggiai la borsa sul letto e guardai con orrore la pila di vestiti che aspettavano di essere stirati e piegati nella valigia. Con un sospiro profondo, mi avvicinai all’armadio e lo aprii.
Eccola lì, appesa in un’anta tutta da sola, come la Sindone. La camicia di Christian.
Quando quella domenica mattina avevamo litigato e Kelly mi aveva lasciato da sola e in lacrime sulle scale dell’albergo, indossavo la sua camicia di qualche taglia più grande. E i giorni a seguire, lavargliela, stirargliela e spedirgliela era stato l’ultimo dei miei pensieri.
Che nell’ordine erano stati:
Christian.
Kelly.
Mister Copertina.
Mini Kelly.
Mi avvicinai all’armadio e sfiorai la seta pregiata. Senza sciuparla, affondai il viso nel tessuto: potevo ancora sentire il profumo di agrumi e di pulito. Il profumo di Christian.
Mi sdraiai sul letto, mi infilai la camicia e puntai gli occhi al soffitto.
Avevo passato gli ultimi otto mesi così, con gli occhi aperti a fissare una parete bianca. Trentadue settimane ad ascoltare il silenzio assordante della mia vita. Mi mancavano la sua risata, le sue battutine, mi mancava farmi sorprendere da quel piccolo nomignolo che mi aveva affibbiato.
I primi giorni li avevo trascorsi con il cellulare in mano, sperando di sentire la suoneria che avevo impostato per Christian. Poi i giorni si erano trasformati in settimane e i miei organi interni avevano smesso di essere in fibrillazione per un messaggio che non sarebbe mai arrivato.
La notte, poi, era il momento peggiore, perché toglievo la maschera della ragazza in carriera e mi ritrovavo da sola, faccia a faccia con i miei demoni. Restavo sdraiata a chiedermi continuamente cosa stesse facendo lui. Mi pensava? Era felice con lei? Si era pentito di non aver scelto me? Perché non aveva scelto me?
Ma la mia paura più grande non era immaginare lui dall’altra parte del mondo felice con un’altra donna. La mia paura era che tutti mi avevano detto di lasciarmi andare con lui; lo avevo fatto e ora non sapevo più come tornare indietro.

Nessun commento:

Posta un commento