venerdì 17 giugno 2016

Il Mio Lieto Fine Sei Tu: 1 capitolo


Tredici giorni prima


Trenta piastrelle.
Dieci su ambo i lati e dieci alle mie spalle.
Un pavimento in resina, un’orchidea che aveva visto tempi

migliori messa in bella mostra in un angolino e i ben venti sciacquoni che avevo contato. Uno ogni trenta secondi.
Il che dimostrava che ero nascosta in bagno da dieci minuti buoni. Se avessi dovuto timbrare il cartellino ogni volta che lasciavo il mio ufficio per scappare in bagno, a quest’ora sarei già stata licenziata per negligenza.
Ero seduta sul water, con le braccia intorno alle gambe strette al petto, i piedi sulla tazza abbassata a dondolarmi, facendo scattare continuamente il sensore dello sciacquone. L’aspetto asettico del bagno e l’orchidea ormai appassita potevano essere il triste e squallido equivalente di come mi sentivo.
Uno schifo.
«Vada a New York e si riprenda mio nipote.»



Come poteva Sabrina chiedermi una cosa del genere? E poi chi ci credeva alla versione Fata Madrina della Rottweiler? Dovevo ancora riavermi dallo shock.
Avrei dovuto sentirmi felice di volare a New York, sarebbe stata una splendida occasione di lavoro, una gratifica per tutti i mesi che avevo sgobbato come ultima arrivata. Magari al mio ritorno avrei avuto un ufficio con vista e un aumento di stipendio, così avrei potuto rinnovare l’abbonamento alla tv via cavo. Ma avrei rivisto Christian, lo sguardo malizioso dei suoi occhi, le sue labbra carnose piegarsi in quel suo sorriso illegale che aveva un effetto devastante, nel senso distruttivo del termine, nelle mie zone basse.
Doveva essere uno scherzo, uno scherzo di pessimo gusto. Quando oggi nell’ufficio di Sabrina mi ero girata verso di lei e avevo incontrato il suo sorriso materno e i lineamenti del viso addolciti, credevo di essere in una candid camera.
Insomma, Sabrina non sorrideva mai, quindi tutte le attenuanti per un pessimo scherzo mal riuscito ci stavano tutte.
Invece poi mi aveva liquidato con una scrollata di mano ed era ritornata a fissare lo schermo del suo computer con quel suo ghigno perfido stampato in viso.
Aveva lanciato la bomba e io avevo iniziato il countdown.
Tre giorni. Quarantotto ore di tempo prima di ritrovarmi faccia a faccia con lui.
E ora erano ben dodici minuti, secondo gli ultimi quattro sciacquoni, che cercavo di non andare in panico.
Respira, Gioia! Respira!
L’ultima e-mail di Christian mi perseguitava, giorno e notte.
Ho deciso di tornare con lei.
Sei parole che mi avevano colpito in pieno petto come una lama affilata. Solo una settimana prima di quella dannata e-mail aveva avuto il coraggio di dirmi che non era troppo tardi, ma solo troppo presto. Che entrambi avevamo bisogno di trovare i nostri tempi.
Balle! Mi aveva preso in giro.
Ero stata una stupida a crederci.
A credere in lui.
Il suo curriculum da sciupafemmine parlava chiaro, per-

ché avevo pensato che potesse appendere il suo sorriso da strage al chiodo? Che io ne valessi la pena?
Si era divertito per tre settimane con la sciocca ragazza del karaoke. Magari facevo parte di una scommessa tra lui e i suoi amici. «Scommettiamo che riesco a portarmela a letto e farla iscrivere al Team Kelly?»
Ero stata un’altra tacca nel suo letto. Stupida! Stupida! Stupida!
Arrabbiata, aprii il palmo della mano e mi ritrovai a fissare il lettore musicale che lui mi aveva lasciato. La colonna sonora delle nostre tre settimane insieme.
Bea mi aveva confiscato tutto, tranne questo. Era la mia lampada d’Aladino. L’accendevo e magicamente Christian ricompariva. Un po’ come Dorothy che seguiva la strada di mattoni gialli per trovare il Mago di Oz, io chiudevo gli occhi e seguivo le sette note.
Lo so, come paziente in cura per riabilitazione da Kelly facevo schifo.
Iniziai a dondolarmi di nuovo, chiusi gli occhi, accesi il lettore e andai direttamente all’ultimo file caricato.
«Vivi la tua vita, sii felice, non essere mai la seconda scelta di nessuno, e, soprattutto, non aver paura dell’amore.»
«Rischia,» continuai a bassa voce coprendo la sua «e inna- morati di un uomo per il quale tu sei l’ingranaggio che fa girare il suo mondo.»
Lo avevo ascoltato così tante volte da conoscere a memoria ogni parola, ogni pausa e intonazione della sua voce. Avrei preferito che mi lasciasse una musicassetta in modo da consumare il nastro e non poterlo più riavvolgere.
«Avrai il tuo lieto fine, uragano.»
La sua voce roca e bassa mi arrivò allo stomaco come una palla demolitrice. Non era tanto il timbro ruvido della sua voce a farmi male, ma i ricordi e le immagini che si innescavano nella mia mente solo a sentirlo parlare. Mi ritrovai con il viso rigato di lacrime, che in silenzio cadevano copiose sul mio viso.
«Stronzo...» singhiozzai.
Quale lieto fine? Era solo una trovata pubblicitaria della Disney, un cliché dell’industria hollywoodiana per fare il lavaggio del cervello alle donne. Ero cresciuta da bambina volendo essere bella come una Barbie e trovare il mio Ken. Ora, a ventisei anni, potevo dire che una cosa l’avevano azzeccata: l’uomo era senza palle proprio come il prototipo maschile della Mattel.
Matteo mi aveva mollato con un foglio A4, Christian con una e-mail nessun oggetto.
Altri quattro sciacquoni mi ricordarono che non dovevo perdere altro tempo in bagno, dovevo trovare una soluzione. Io e la mia autostima da Omino Michelin non potevamo andare a Kellyland e sopportare di vedere Christian con Chantal, la perfezione fatta donna, per una settimana intera. No, urgeva un piano d’attacco. Mi rifiutavo di salire su quell’aereo.
Io. Mi. Rifiutavo.
Il piano A consisteva nel convincere la Rottweiler che io non ero la persona più consona e qualificata per lavorare ancora a stretto contatto con suo nipote. Scartandola a priori, dovevo passare al piano B. Pregare che l’aereo avesse un’avaria al motore e fosse costretto ad atterrare alle Isole Vergini. Da lì mi sarei data alla macchia.
Eventualmente sarei passata al piano C. Ancora non sapevo quale fosse, ma ne avrei trovato uno.
«Gioia?» Sussultai sentendo la voce di Marco. Nel bagno delle donne.
Imprecai sottovoce, quando il mio impercettibile movimento fu registrato dal sensore, che azionò lo sciacquone. Maledizione!
«Tesoro, lo so che sei lì dentro. Ho sentito lo sciacquone.»
In fretta presi della carta igienica e mi asciugai le lacrime e il mascara sbavato sotto gli occhi. «Marco? Che fai nel ba- gno delle donne?»
«Sono più donna io di tutte le donne fuori da questo bagno. E ora porta il tuo grazioso culetto fuori di lì.»
Infilai in fretta l’iPod nella tasca interna della giacca e aprii la porta del gabinetto. «Sei nel bagno delle donne!» lo accusai, puntandogli l’indice contro.
La sua bocca si aprì in una gigante O. «Stai piangendo? Okay, cazzata. È ovvio che stai piangendo visto il viso che ti ritrovi.»
Lo superai e fissai la mia immagine stravolta allo specchio: il mascara era completamente colato lungo le guance. Questa giornata si stava rivelando un incubo!
«Gioia?» disse Marco, guardingo.
Aveva capito dai miei occhi rossi e dalle righe nere che mi solcavano il volto che qualcosa non andava? Avrei dovuto ricordarmi di usare più spesso il waterproof.
«Cos’è successo?»
«Niente.»
«Non mi sembra niente, vedendo lo stato in cui ti trovi.» 

«Non voglio parlarne, non cambierà la situazione.» 
«Quale situazione?»
Sbottai. «Non mi sembra di aver detto di volerne parlare.» 

Marco si appoggiò al pregiato marmo italiano del bagno, le braccia conserte e lo sguardo preoccupato. «Tesoro, cosa succede?»
«Non senti il ticchettio?»
«Quale ticchettio?»
«Quello del mio tempo. Sta per scadere.»
«Oddio, Gioia. Non pensavo stessi così male.» Mi prese 
per le spalle e mi guardò dritto negli occhi «Da quanto va avanti la tua dipendenza?»
«Di cosa stai parlando?»
«Lo so, tesoro. Il primo passo è anche il più difficile. Riconoscere e ammettere di esserne dipendente è la parte più dura, perché credi di poterne venire fuori da sola.»
«Non sono dipendente da Kelly!» sbottai.
Inarcò le sue perfette sopracciglia ad ala di gabbiano. «Cosa c’entra Kelly?»
«Come cosa c’entra? La Rottweiler mi spedisce a New York. Fra tre giorni. Devo andare a lavorare per Christian.»
«Christian Kelly? Quel Kelly? Oh, quell’uomo è la fine del mondo!» Esattamente. Era la fine del mondo, del mio mondo. 
Scossi la testa. Il mio amico gay aveva la stessa espressione drammatica di mia madre. Incrociai il suo sguardo sognante nello specchio. «No.»
Alzò un sopracciglio. «No cosa?»
«Togliti quell’espressione dalla faccia.»
«Che espressione?»
«Da gay romantico. Posso vedere la nuvoletta, il cavallo 
bianco e il castello nello sfondo. Ha scelto lei, non capisco perché tu e le ragazze non lo accettiate.» O perché io ancora non lo avevo accettato. «È stato molto chiaro e lapidario sulla questione. Certo, poteva sforzarsi di non riferirmelo con la stessa freddezza di un comunicato stampa.»
«E cosa hai intenzione di fare, allora? Te ne andrai a New York e lo incontrerai come nulla fosse?»
Chiusi gli occhi e chinai il capo. Avevo sperato per giorni e settimane che comparisse sulla soglia del mio ufficio a chiedermi scusa. Poi le settimane cominciarono a scivolare via velocemente e diventare mesi. Non trovai mai una Ghibli parcheggiata davanti alla Dreamsart, non incrociai mai due occhi color cioccolato fondente sulla soglia del mio ufficio.
Forse le emozioni che avevo letto nei suoi occhi erano solo frutto della mia immaginazione. Avevo sperato che le parole che mi aveva lasciato su quel lettore fossero lo specchio delle emozioni che scorgevo nel suo sguardo ogni volta che alzavo gli occhi su di lui. A quanto pare erano solo stupide fantasie a senso unico, alimentate dalla speranza di poter essere di nuovo felice.
Emisi un lungo respiro, poi riaprii gli occhi e catturai lo sguardo di Marco attraverso lo specchio. «Pensavo di dirgli: ciao Christian, aspettavo almeno una telefonata. Comunque congratulazioni, tu e Chantal avete già deciso la data?»
Cercai di fare la spavalda, in realtà suonavo debole pure a me stessa.
Marco scosse la testa, desolato. «Non lo so, tesoro. Come è possibile che quello che provava per te sia svanito dopo quanto? Una settimana?»
Aprii il rubinetto e mi gettai dell’acqua fredda in viso. Dio, che patetica che ero! Dopo otto mesi ancora piangevo per un uomo con il quale non ero neanche stata assieme e che si era rivelato essere peggio del mio ex. «Quello che non capisco è perché mi abbia scritto che con me non ha mai giocato, se poi è bastato il tempo di un volo intercontinentale per tornare tra le braccia di Miss gambe chilometriche.»
Buttai la salvietta di carta nel cestino e uscii diretta al mio ufficio seguita a ruota da Marco. «Comunque sono otto mesi che non ci vediamo, riusciremo a trovare degli argomenti di conversazione senza venire alle mani.»
Lasciai la borsa sopra la scrivania e mi tolsi la giacca, appendendola allo schienale della mia poltrona di pelle. Ostentavo calma, in realtà sentivo la terra sgretolarsi sotto i miei piedi.
Il tavolo scricchiolò sotto il peso di Marco. Non so quanto sarebbe durato se lui continuava ad appoggiarci le sue graziose chiappe. Coprì la mia mano con la sua perfettamente curata e mi sorrise fiero. «Se non fossi gay, ti chiamerei giorno e notte.»
Sorrisi. «Ma sei gay.»
«Sono orgogliosamente gay, tesoro. Ma per te diventerei etero e ti chiamerei ogni giorno per fare sesso telefonico.»
«Non so se prenderlo come un complimento.»
«Assolutamente.» Prese un cioccolatino e se lo infilò in bocca. «Tesoro...» bofonchiò.
Sospirai. «Sto bene, Marco. Torna pure nel tuo ufficio prima che compaia sulla soglia in fondo al corridoio Sabrina la furia.»
Tornai a fissare lo schermo del computer, ma sentivo i suoi occhi sempre puntati su di me. «Che c’è, adesso?»
«Visto come ti ha lasciato, io non so cosa darei per andare a New York da quell’adone e mettergli tutte le spese sul suo conto. Cazzo, ti deve otto mesi di scuse!»
Forse Marco non aveva tutti i torti. Avrei dovuto fargliela pagare a Kelly, nel vero senso della parola. Anche se neppure strisciare una carta gold illimitata poteva risanare un cuore spezzato.
«Tesoro» bisbigliò. Si guardò intorno per controllare di non essere ascoltato.
Io trattenni il fiato: l’ultima volta che avevo seguito un consiglio, era stato quando mi ero affidata alle lezioni comportamentali su come conquistare un uomo dal Vangelo secondo Beatrice al Marco Polo di Venezia, con Christian che ascoltava ogni dettaglio sulla mia vita sessuale. Va bene, monacale vita sessuale.
Alla fine, eccomi qui, mesi dopo e ancora col cuore a bran- delli e col culo per terra.
Marco si piegò, sfiorando con il naso il mio viso. «Svuota quella sua American Express Gold del cazzo fino all’ultimo dollaro!» Rise, uscendo sculettante come la peggior zoccola che conoscevo.
Erano otto mesi che se n’era andato. Christian era ovunque e l’unica cosa che potevo fare era aspettare che sbiadisse dentro di me, nell’ufficio, nei bagni della Dreamsart. Dovevo smetterla di vederlo comparire sulla porta di casa o nel mio salotto illuminato dalla luce del suo sorriso.
Mi portai una mano sul cuore, che era ritornato stranamente a battere nel mio petto dopo che lo avevo lasciato sulla soglia dello Smile quel triste martedì di giugno in cui se n’era andato. Appoggiai le braccia sulla scrivania e ci nascosi la testa.
Povera me. Perché preferivo dichiararmi terrorista una volta a bordo e finire nel carcere di massima sicurezza di Guantánamo piuttosto che dover fare i conti di nuovo col quel sorriso illegale? 




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